Lettera di San Giacomo Apostolo

Ora a voi, ricchi:

piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi!

Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme.

Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco.

Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!

Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente.

Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage.

Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza.

(Giac 5,1-6)

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Dal Libro del Siràcide

Figlio, compi le tue opere con mitezza,

e sarai amato più di un uomo generoso.

Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,

e troverai grazia davanti al Signore.

Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,

ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.

Perché grande è la potenza del Signore,

e dagli umili Egli è glorificato.

Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,

perché in lui è radicata la pianta del male.

Il cuore sapiente medita le parabole,

un orecchio attento è quanto desidera il saggio.

 

(greco 3, 17-20.28-29)

Dal Libro della Sapienza

La Sapienza è radiosa e indefettibile,

facilmente è contemplata da chi l’ama

e trovata da chiunque la ricerca.

Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.

Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà,

la troverà seduta alla sua porta.

Riflettere su di essa è perfezione di Saggezza,

chi veglia per lei sarà presto senza affanni.

Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei,

appare loro ben disposta per le strade,

va loro incontro con ogni benevolenza. 

 

(6,12-16)

Dal Libro della Sapienza

Pregai e mi fu elargita la Prudenza,

implorai e venne in me lo spirito di Sapienza.

La preferii a scettri e a troni,

stimai un nulla la Ricchezza al suo confronto,

non la paragonai neppure a una gemma inestimabile,

perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia

e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento.

L’ho amata più della Salute e della Bellezza,

ho preferito avere lei piuttosto che la Luce,

perché lo splendore che viene da lei non tramonta.

Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni;

nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.

(7, 7-11)

Jiddu Krishnamurti

“As I have said, I have only one purpose: to make man free, to urge him towards freedom, to help him to break away from all limitations, for that alone will give him eternal happiness, will give him the unconditioned realisation of the self.”

 

From: The dissolution of the Order of the Star

Sull’Illuminazione Improvvisa del Ch’an (Buddhismo cinese)

Essendo la natura di Buddha inesprimibile e inconcepibile, il Ch’an afferma che il solo modo per acquisirla è per mezzo dell’intuizione diretta, completa e istantanea. Questa è l’illuminazione improvvisa, caratteristica della filosofia Ch’an – anche se nella storia della filosofia cinese questa non era la prima volta che si sentiva parlare di Illuminazione improvvisa.

Questa teoria venne sviluppata in opposizione alla teoria indiana del graduale raggiungimento, secondo la quale la condizione di Buddha si conquista solamente con un graduale sviluppo della dottrina e della pratica. I buddhisti cinesi consideravano l’illuminazione graduale dei buddhisti indiani un “lavoro preparatorio”, un semplice apprendimento che nulla aveva a che fare con l’illuminazione stessa, che è una, e non può essere divisa per gradi.

L’illuminazione improvvisa, simile ad un salto sopra ad un precipizio, viene spesso considerata dai maestri Ch’an come la “visione del Tao”, in quanto si è uno con Esso, che è simile ad una immensa estensione di vuoto. Nel Ch’anismo si usa comunemente questa espressione:

La montagna è la montagna, il fiume è il fiume.

Nello stato di errore si vede la montagna come montagna e il fiume come fiume, ma anche dopo l’illuminazione si vede la montagna come montagna e il fiume come fiume. In sostanza, l’uomo, dopo l’illuminazione, non è diverso da ciò che era prima, solamente “agisce” in modo diverso, e cioè senza attaccamento alcuno. Questo è anche il significato del noto detto ch’an:

Mangiare tutto il giorno senza inghiottire un solo grano;

indossare abiti tutto il giorno senza toccare neppure un filo.

Vorrei terminare con un racconto Ch’an che fa riferimento al silenzio come “impossibilità di giudizio” riguardo a qualsiasi argomento e come mezzo per il raggiungimento dell’illuminazione improvvisa:

Un Maestro era solito rimanere in silenzio e mostrare il pollice quando gli veniva chiesto di spiegare il Tao buddhista. Il ragazzo che lo assisteva, accortosi di questo, cominciò ad imitarlo. Un giorno il Maestro gli vide fare quel gesto e, rapido come un fulmine, gli tagliò via il pollice; il ragazzo corse via piangendo, allora il Maestro lo richiamò e, non appena il ragazzo si fu voltato, mise di nuovo in mostra il pollice. Fu in conseguenza di ciò che il ragazzo ricevette l’illuminazione improvvisa.

Questo insegna che si deve parlare molto prima di poter tacere, che c’è silenzio e silenzio…..

Similitudini fra Buddhismo e Ch’anismo: spontaneità e silenzio che conducono alla meditazione

Il Ch’anismo (più noto come Zen in giapponese), è il Buddhismo cinese. Ch’an è la traduzione fonetica cinese di Dhyana, che in lingua indiana vuol dire meditazione. Ed infatti, il Ch’anismo pone l’accento sulla meditazione come disciplina religiosa che conduce alla tranquillità della mente e quindi all’illuminazione improvvisa.

Il Buddhismo indiano fu introdotto in Cina nella seconda metà del I sec. d.C. Per i cinesi non deve essere stato difficile accettare la filosofia buddhista, dati alcuni concetti simili al Taosimo. Infatti, all’inizio i testi buddhisti venivano presentati nei termini di Lao-tzu, Chuang-tzu e I-ching, secondo un metodo d’interpretazione chiamato Ko-i – nonostante non tutti i monaci cinesi accettassero passivamente questo metodo….

I concetti portati avanti dal Ch’anismo erano fondamentalmente due: spontaneità e silenzio. Quest’ultimo è strettamente legato al primo, anzi ne è la conseguenza. E’ spontaneità quella che caratterizza le azioni del Bodhisattva, così come è spontaneità la conoscenza superiore del Saggio taoista. La meditazione – dhyana – deve essere spontanea, così come lo è l’accorgersi che le cose sono “così come sono” (tathata). Ed è spontanea l’illuminazione stessa.

Da questa spontaneità deriva il concetto di silenzio, cioè l’impossibilità di affermare qualsiasi cosa. Per i seguaci del Ch’anismo, la Realtà non può essere nè espressa a parole nè può essere scritta, proprio come per i taoisti il Tao che può essere descritto non è il Tao Assoluto. La Realtà è chiamata “la mente” o “la natura di Buddha”, che è presente in tutti gli esseri senzienti. D’accordo con la scuola Mahayana, il Ch’anismo insegna che questa Realtà è sunya, e cioè “vuoto”, inesprimibile a parole e inconcepibile col pensiero. La vacuità non è negazione, essa trascende anche la negazione: è il non-qualificabile che, come scrive G. Tucci, “non può mai diventare contenuto del pensiero” (“Le religioni del Tibet” trad.it., Roma 1976, p.101). Inoltre, “questo vuoto è tale perché il nostro pensiero non riesce a definire l’Essere” (Ibidem, p.128). Perciò, il miglior modo per esprimere la Realtà sta nel rimanere in silenzio.

Eppure noi – che facciamo parte del mondo samsarico – esigiamo delle spiegazioni, non comprendiamo il silenzio. Una volta a Ma-tzu (morto nel 788) fu chiesto: ‘Perché dici che il vero spirito è Buddha?’ Ma-tzu rispose: ‘Io voglio semplicemente far smettere il pianto dei bambini.’ ‘E nel caso smettessero di piangere?’ gli si chiese nuovamente. ‘Allora nè spirito nè Buddha’ fu la risposta. Un altro Maestro Ch’an disse che In realtà quella tale cosa detta Bodhi non esiste. Che il Buddha ne parlasse era solo per il fatto che la considerava un mezzo per educare gli uomini, proprio come si possono far passare delle foglie gialle per monete d’oro al fine di frenare il pianto dei bambini….’*

La nostra sete di sapere è simile al pianto dei bambini…. noi smettiamo di piangere allorché siamo soddisfatti della risposta ricevuta. La cosa migliore, dicono i ch’anisti, è lasciarsi andare senza sforzi deliberati. Questo è anche il wu-wei dei taoisti.

Lo stesso Buddha scoprì che sforzarsi di trovare risposte non funzionava, e cominciò ad accorgersi che esisteva in lui una qualità “sveglia” che si manifestava solo in assenza di sforzo. Da qui il lasciar essere, il “metodo scoperto dal Buddha”, cioé la pratica della meditazione. Così come il musicista di sitar, in un famoso aneddoto riguardo al Buddha, non accorda le corde del suo strumento nè troppo tese nè troppo lente, allo stesso modo – insegna il Buddha – non bisogna imporre nulla con troppa forza nella nostra mente, nè dobbiamo lasciarla vagare qua e là.*

*Fung Yu-lan “Storia della filosofia cinese”, trad. it., Mlano 1975.

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